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ESSERE POETA NON E' UNA MIA AMBIZIONE . E' LA MIA MANIERA DI STARE SOLA...MA SEMPRE CN UN ANIMA chE HA VOGLIA DI COMUNICARE....OGGI SONO DI UN COLORE TRASPARENTE SE MI PASSI DENTRO CON LA TUA ANIMA MI FARAI SOLO PIACERE ……TI ASPETTO…………
mercoledì, 04 aprile 2007,aprile 04, 2007 06:41

Federico: un noir familiare

Viaggio nel quotidiano ritrovato di Federico Zampaglione, tra tour del nuovo album "L'alba di domani" e uscita del primo film da regista, Nero bifamiliare

occhiello Come hai vissuto quest'esperienza in regia? occhiello

Mi ha appassionato girare il film: è un noir di cui non svelo la trama, con colonna sonora di Tiromancino. Mi sta dando molta energia creativa. In un certo senso, girare mi ha rubato l'anima e l'ho ritrovata con la musica, mia amante preferita

occhiello Musica o cinema: di cosa non puoi fare a meno? occhiello

In generale, del telefonino: nel bene e nel male è comodissimo, e anche della chitarra... ma non ne ho una preferita, diciamo che è più un harem! Ora mi sento libero da una mole di lavoro davvero immensa, ma sono contento dei risultati

occhiello È un successo l'esperienza da regista? occhiello

Sulla carta era una follia perché ero fermo da tempo senza fare concerti, se non con miei progetti paralleli. Poi è arrivata la voglia di andare avanti, di imparare cose nuove e divertirmi finalmente con Claudia che è davvero istrionica

occhiello L'hai anche fatta cantare in diversi pezzi… occhiello

Avevo in mente la melodia per un momento preciso della storia, poi Claudia ha scritto il testo e l'ha cantato. Il risultato è straordinario. Stare con una persona e lavorarci è stato come fare un percorso insieme

occhiello Qual è il tema del film che ti è più caro? occhiello

La trama è un po' una metafora: non sappiamo mai davvero chi abbiamo per vicini... Parlo dell'ambizione di una coppia borghese, che cambia casa e trova vicini molto particolari; da lì nascono conflitti e la vicenda si tinge di nero. Incredibilmente, dopo aver finito di girare c'è stata la strage a Erba, che è terribilmente simile


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sabato, 10 marzo 2007,marzo 10, 2007 18:30


Anche questa settimana, dopo le avventure adolescenziali di Notte prima degli esami – oggi, prepariamoci ad accogliere sui nostri schermi il grande ritorno degli adolescenti di celluloide più amati dai giovani italiani: Step e Babi. A tre anni di distanza da 3 metri sopra il cielo, trasposizione cinematografica del fortunato best seller letterario di Federico Moccia, Riccardo Scamarcio torna, con Ho voglia di te a vestire i panni del tormentato Step, di ritorno a Roma dopo due anni negli States. A complicare la situazione sentimentale tra lui e Babi, ci si metterà però Gin, ragazza ribelle che ha il volto della nuova promessa del grande schermo italiano Laura Chiatti.

Tre metri sopra il cielo. È dove gli innamorati vivono le loro emozioni. È dove Step desidera essere ancora. Il tempo è trascorso, e due anni negli Stati Uniti, hanno allontanato i pensieri. Step è a Roma con la paura nascosta di ritrovare i vecchi fantasmi e con il desiderio di andare oltre. Di diventare adulto. Di vivere nuove emozioni, di incontrare nuovi amori.
Il successo del primo romanzo di Federico Moccia aveva creato il mito di questa storia adolescenziale, romana, illustrata nel film da Luca Lucini che era riuscito nell'intento di raggiungere il pubblico più giovane, quello che il primo amore lo stava vivendo. Questo secondo lungometraggio, che ripercorre nuovamente le parole dell'autore del romanzo, co-autore della sceneggiatura, l'ha preso in mano l'iberico Luis Prieto, che è riuscito a dare un taglio ancora più diretto ai giovani, destinati a essere gli spettatori di riferimento.
Tutto è quindi più immediato, più televisivo, forse più acerbo del precedente e si comprende quanto sia il contenuto a comunicare più che la forma stessa. È Scamarcio il "physique du role" della situazione, e sono le sue gesta a parlare. La scena di sesso ardita con Laura Chiatti, le canzoni di Robbie Williams, le abitudini malsane dei giovani che si diluiscono nel tempo, gli incontri e i dialoghi leggeri, dipingono un quadro che è vicino a chi ha venti anni e non pensa che il tempo prima o poi passerà.
Ho voglia di te, incontra ciò che siamo a quell'età, lo mette in luce con estrema semplicità e ingenuità, e lo colora come un bambino con i pennarelli farebbe su un quaderno. Perché quello è l'unico modo per esprimere le emozioni.

 

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venerdì, 09 marzo 2007,marzo 09, 2007 17:00

Uno su due

La malattia come disorientamento e rinascita. Nel bel film di Cappuccio, con un sorprendente Fabio Volo e un cast da applauso
 Uno su due
Assistiamo al film di Eugenio Cappuccio con qualche timore preventivo. Il tema della vicenda, la malattia, è uno di quelli che rischia spesso di far perdere il senso della misura. Uno su due è invece un film equilibrato, che trasmette con efficacia il disorientamento del protagonista, un sorprendente Fabio Volo , scaraventato nel limbo dell'incertezza e della paura dalla minaccia di una gravissima patologia. Lorenzo Maggi, avvocato d'assalto che non disdegna di operare sul crinale della illegalità anche sentimentale, affronta per la prima volta una situazione che azzera il suo passato e forse il suo futuro. Durante la degenza conosce Giovanni, operato per un tumore alla testa che però si sta riformando. Interpretato da Ninetto Davoli , Giovanni è l'uno dei due del titolo: il cinquanta per cento, vincente o perdente, che riduce a una semplice statistica la rampante progettualità esistenziale del protagonista. Il finale un po' troppo annacquato toglie un po' di forza alla storia, che però regge e intriga anche per lo sviluppo del nuovo Lorenzo, più responsabile e vitale proprio grazie alla consapevolezza di essere "a termine", che gli fa apprezzare ogni secondo di vita in più.
  Anita Caprioli e Giuseppe Battiston , nella parte della fidanzata e del migliore amico, sono i due eccellenti coprotagonisti. Ma è tutto il cast che si fa apprezzare, a partire dalla rediviva Agostina Belli , dalla giovanissima Tresy Taddei , e dal sempre bravo e accattivante Pino Calabrese .
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lunedì, 15 gennaio 2007,gennaio 15, 2007 21:41

APOCALYPTO

"Un uomo, la cui idilliaca esistenza è stata brutalmente sconvolta dalla ferocia degli invasori, intraprende un viaggio irto di pericoli in un mondo dominato da paura e oppressione, dove lo attende una fine straziante. Quando gli eventi precipitano, quest'uomo, spinto dall'amore che nutre per la sua donna e la sua famiglia, tenterà di tornare a casa per riuscire a salvare il suo mondo e la sua vita."

L'ispirazione di APOCALYPTO è giunta dopo 'La Passione di Cristo', quando Gibson ha iniziato a percepire la curiosità, da parte del pubblico, rispetto alle vicende emozionanti e spettacolari, ma anche profonde. 'Penso che la gente voglia assistere alla messa in scena di storie grandi, che raccontano qualcosa di interessante e che li tocchino spiritualmente', afferma Gibson.  Affascinato dal repentino crollo dell'antica civiltà Maya, Gibson ha immaginato una storia ambientata sullo sfondo di quella cultura ricca di misteri.

Gibson è quindi partito dall'idea di voler creare un film d'azione senza precedenti, in cui un uomo si gioca il tutto per tutto. 'Volevo un film di azione e avventura dai ritmi molto veloci, in cui accade continuamente qualcosa di nuovo', racconta Gibson. 'Ero affascinato dall'idea che la maggior parte della storia sarebbe stata narrata a livello visivo, e che avrebbe colpito il pubblico nella sfera più viscerale ed emotiva'.
Mentre Gibson condivideva queste idee con lo sceneggiatore laureato a Cambridge Farhad Safinia, insieme hanno iniziato a esplorare l'idea, assolutamente innovativa e coraggiosa, di ambientare questa epica alla fine del regno dei Maya. 



Safinia, che conosceva bene lo Yucatan e le rovine Maya, ha affascinato Gibson con i suoi racconti di questa civiltà perduta, e il copione ha avuto inizio. 'La nostra idea era come un motore', dice Safinia. 'Ci stava portando in qualche luogo che anche noi non conoscevamo, perciò eravamo elettrizzati mentre scrivevamo. Ci sono diverse rivelazioni, colpi di scena ed evoluzioni della storia, che avvengono a un ritmo molto serrato'. 
Mentre scrivevano, Gibson e Safinia si sono immersi nell'affascinante storia dei Maya. Hanno trascorso mesi a leggere dei miti Maya sulla creazione e distruzione, fra cui i sacri testi di profezie noti come 'Popul Vuh'. Hanno studiato i più recenti testi archeologici sui nuovi scavi e le teorie sul crollo della civiltà. Poi si sono recati di persona sul posto, per visitare i siti Maya e questo viaggio li ha colpiti in modo particolare. 


Ricorda Gibson: 'Ero in cima al tempio di El Mirador in Guatemala, nell'unica foresta pluviale sopravvissuta nel paese, e riuscivo a distinguere i contorni di 26 città, tutte intorno a noi, disposte come un orologio. Si vedevano le piramidi che spuntavano dalla giungla in lontananza. Era pazzesco. Si percepiva ancora benissimo quanto sia stata potente, un tempo, questa civiltà'.

 Gibson racconta la parabola dei Maya, dando ampio rilievo alle abitudini brutali di quel popolo e concentrandosi lungamente sul senso di oppressione, terrore e rovina che regnava nel periodo appena precedente alla loro scomparsa.
Il film è incredibilmente avvincente, Gibson ha reclutato attori sconosciuti, la pellicola è interamente in lingua Maya con i sottotitoli, non fatevi spaventare, scorre benissimo,  anche perché la trama è tutta giocata sui ritmi mozzafiato e su immagini così intense da togliere il fiato.


Molto contestato per le scene così crude, Gibson non è sceso a compromessi dando al pubblico la sua visione di una fetta di storia senza censura e senza falsi moralismi. Può piacere o no, ma la violenza è insita nell'uomo fin dagli albori e nessun popolo si è mai tirato indietro davanti alla necessità, molto spesso non giustificata, di brutalità .
Vero è che in alcuni momenti lo spargimento di sangue appare eccessivo ma rende anche ben visibile l'intento di Gibson. Il messaggio è che la storia si ripete e che l'uomo moderno, considerato illuminato, sta in realtà dimostrando, con massacri di vario genere, di non essere affatto diverso, né tantomeno esente dal seme della violenza incontrollata, dal suo predecessore.
Per chi ha uno stomaco discretamente allenato è da vedere

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venerdì, 12 gennaio 2007,gennaio 12, 2007 18:34

Cast
Regia

LA RICERCA DELLA FELICITà"

In The Pursuit of Happyness, Chris Gardner (Will Smith) è un padre di famiglia che fatica a sbarcare il lunario.  Nonostante i lodevoli e coraggiosi tentativi di tenere a galla il matrimonio e la vita famigliare, la madre (Thandie Newton) del piccolo Christopher, che ha solo cinque anni (Jaden Christopher Syre Smith) non riesce più a sopportare le pressioni dovute a tante privazioni e, incapace di gestire la situazione, decide di andarsene.

  Chris, trasformato in un padre single, continua a cercare ostinatamente un impiego meglio retribuito utilizzando le sue notevoli capacità di venditore. Alla fine riesce ad ottenere un posto da praticante presso una prestigiosa società di consulenza di borsa, e sebbene si tratti di un incarico non retribuito, lo accetta con la speranza che alla fine del praticantato avrà un lavoro e un futuro promettente. Privato dello stipendio, Chris e il figlio, vengono sfrattati dall’appartamento e costretti a dormire nei ricoveri per i senza tetto, nelle stazioni degli autobus, nei bagni pubblici o ovunque  trovino un rifugio per la notte.

Nonostante i suoi guai, Chris continua ad essere un padre affettuoso e presente, usando l’amore e la fiducia che il figlio nutre per lui come spinta per superare tutti gli ostacoli che incontra sulla sua strada.  

Quando senti dentro .......un`emozione come questa..... tu, cosa fai?
quando senti..... il cuore andarsene da te..... fuggire via......qui davanti....questo skermo... vedo riflessa un`immagine indistinta......potrei essere io...... potrebbe essere quella ke ero...ke sn o saro'??sono alla ricerca della luce....alla ricerca di un bagliore....
alla ricerca di uno spiraglio........alla ricerca della felicita'......

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lunedì, 25 dicembre 2006,dicembre 25, 2006 00:08

Déjà vu - Corsa contro il tempo

Doug Carlin è l’agente dell’ATF, sezione alcolici, tabacchi e armi da fuoco, incaricato di indagare sull’attentato terroristico che ha fatto esplodere e affondare un traghetto fluviale uccidendo centinaia di passeggeri. Lo stesso giorno, sulle rive del fiume viene rinvenuto il corpo senza vita di Claire Kuchever, una giovane donna che Doug sente di avere già conosciuto e amato perdutamente. Scoprirà presto che l’omicidio è collegato all’esplosione. Avvicinato da Pryzwarra, agente dell’FBI, Doug è reclutato per la durata dell’indagine da un’unità segreta altamente tecnologica che gestisce informazioni satellitari, registrazioni digitali che ricostruiscono e osservano gli avvenimenti passati. Convinto di investigare un passato finito e accaduto che gli permetterà di scovare l’attentatore, Doug scopre che la scienza ha piegato quel passato fino a costruire un ponte col presente. Difficile resistere a Claire e alla tentazione di alterare il corso degli eventi.
Dopo il “re” di
Steven Zaillian, anche Tony Scott scende nei fiumi melmosi della Louisiana post Katrina, rimpiazzando un disastro naturale con uno sociale: il terrorismo.
Nella prima lunghissima sequenza che prelude l’attentato, il regista concentra il momento più spettacolare del film, il più fedele al suo stile ipercinetico, adrenalinico e patinato. I suoni, le musiche, le risate e gli schiamazzi sollecitati fino a brillare nel fragore dell’esplosione introduttiva, basterebbero da soli a ripagare biglietto e spettatore. Lascia invece sconcertati l’improvvisa virata fantascientifica, la porta spazio-temporale passato/presente che corregge, fino ad annullarla, l’interessante trovata tecnologica di scorrere il passato, individuarne le falle e risolvere le indagini.
Imbarazzante è pure l’uso del dèjà vu, privo di qualsiasi implicazione filosofica e mero pretesto per raggiungere l’happy end sentimentale. Siamo insomma lontani dal dèjà vu visivo di
Matrix, dall’imperfezione nel programma informatico di simulazione della realtà; il già visto e il già accaduto servono la storia d’amore tra Denzel Washington e la bella Paula Patton, alimentando il senso di familiarità dei due amanti. Un incipit magnifico e verosimile, una regia dinamica e sempre originale, tuttavia sprecati in una storia di fantascienza improbabile.

Dejà vu: un viaggio nel tempo per evitare la catastrofe

Arriva nelle sale il nuovo thriller firmato da Tony Scott, un intricato caso di terrorismo seguito passo passo da un agente dell'FBI molto speciale

di Pierpaolo Simone

Qualcosa di già visto ritorna alla mente, percezioni passate riaffiorano nel cervello, è questo il postulato da cui parte Dejà vu - corsa contro il tempo, la nuova affascinante pellicola del regista Tony Scott. Doug Carlin - interpretato da Denzel Washington - è un agente della sezione alcolici, armi e tabacchi dell'FBI impegnato in un difficile caso di terrorismo. Dopo l'esplosione di un battello nel molo di New Orleans, Doug scopre che la vaga ed estraniante sensazione di aver già vissuto un avvenimento passato, è in realtà qualcosa di molto più potente ed elaborato. Proprio attraverso questi "giochi" della memoria, volerà a ritroso nel tempo per salvare centinaia di innocenti da un inevitabile destino.

Prodotto dalla Walt Disney pictures e da Jerry Bruckeimer, il film è il primo lungometraggio girato nella New Orleans post katrina, l'uragano che ha messo in ginocchio l'America nel Settembre del 2005. Azione e sentimento, ritmo frenetico ed effetti speciali, per un film che gioca a riportare sullo schermo uno dei più oscuri fenomeni della psiche, dando luogo a effimere creazioni che si perdono nei meandri della mente. Un volto sconosciuto che si ha l'impressione di conoscere da sempre, un evento che si palesa improvvisamente e ci guida verso strade mai sondate, ricordi che diventano al tempo stesso oscuri presagi.

Cinema e letteratura mescolano ancora una volta tecniche narrative e strumenti del mestiere, per sconvolgere la percezione del reale e giungere a una costruzione che rovescia - in toto - l'abituale apparato percettivo dello spettatore. Non più cinema classico, intrecci che si dipanano in maniera lineare verso una conclusione certa, ma rimandi continui a un passato - reale o solamente immaginato - che restituisce pathos e originalità grazie alle più avanzate tecniche digitali. Come
Stay di
Marc Forster o Spider di David Cronenberg - dove le fragilità della mente si scontrano con le labili certezze del quotidiano - così Tony Scott giunge a uno dei suoi film più ambiziosi e completi, nel tentativo di rovesciare il tempo - e la narrazione - al solo scopo di divertire e confondere lo spettatore. Per provare, una volta ancora, che il cinema, fra tutte le arti, è l'unica che si avvicina, ogni giorno di più, ai bizzosi capricci della mente.

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venerdì, 08 dicembre 2006,dicembre 08, 2006 16:29

IL MIO MIGLIORE AMICO

François (Daniel Auteuil) è un antiquario, ha una socia nel business, e ha quindici appuntamenti al giorno. Ha un solo problema: non ha un amico. Per provare il contrario fa una scommessa: entro dieci giorni dovrà presentare alla sua socia il suo migliore amico.
L’amicizia è un tema spesso affrontato dal cinema, in modo profondo o superficiale, in quanto valore unico e insostituibile e fondamento delle relazioni che legano gli uomini. Patrice Leconte, sulla base di un soggetto di Olivier Dazat, non si limita a raffigurare il senso dell’amicizia, ma parte dall’ipotesi di negarla, dichiarando nella figura di François che sia possibile vivere solo con l’obiettivo di ottenere soddisfazioni dal lavoro. Il problema del protagonista è quello di non sapere realmente cosa sia un amico. Tutte le conoscenze, le relazioni d’affari, fredde e fugaci, sono l’unica sua fonte di vita sia umana che professionale. Anche la sua donna (incredibile che ne abbia una), è probabilmente presente per questioni sociali, vittima di una precarietà affettiva (“L’amore si può anche vendere, l’amicizia no”). In questo il ruolo di Auteuil ricorda alla lontana
Un cuore in inverno, dove interpretava un uomo incapace di amare.
La situazione in cui l’antiquario si trova è quindi una solitudine mai accettata, che il regista esprime con leggerezza e ironia, in un parallelo con la vita di Bruno, un tassista (Danny Boon, in un’ottima interpretazione) che in apparenza è affabile e parla con tutti, ma che in realtà è solo, come François. La differenza di classe, in alcuni casi non conta.

A caccia di un amico
Il racconto procede in maniera lineare senza banalità e riesce a catturare l’attenzione dello spettatore anche grazie ad un equilibrato alternarsi tra fasi comiche e momenti più introspettivi.
 A caccia di un amicoGirato con mano sapiente dal regista francese Patrice Leconte, Il mio migliore amico racconta la vicenda di François, un gallerista di Parigi al quale, durante una cena per il suo compleanno, viene fatto notare che non ha nemmeno un amico. Ebbene sì, il nostro protagonista, interpretato in maniera splendida da Daniel Auteuil, già diretto da Leconte ne La ragazza del ponte 1998 e L'amore che non muore 1999, non ha uno straccio d'amico, figurarsi poi un migliore amico. Da qui, complice anche una scommessa con la sua socia in affari, avrà inizio la sua tragicomica "caccia" che lo farà imbattere in Bruno Dany Boon il quale finirà per guadagnarsi, prima il posto di consigliere, e poi quello di migliore amico. Nonostante infatti i protagonisti del film appaiano profondamente diversi chiuso e introverso François, amichevole e gioviale Bruno sotto sotto hanno qualcosa in comune: sono entrambi profondamente soli. Dunque, mentre si succedono i fallimenti di François, che cerca senza fortuna una persona capace di essere credibile come suo migliore amico e fargli vincere la scommessa, parallelamente va facendosi strada in lui l'idea che quella persona possa essere proprio Bruno.

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giovedì, 30 novembre 2006,novembre 30, 2006 14:46

I FIGLI DEGLI UOMINI

La terra, nel 2027: si è persa ormai quasi ogni speranza nel futuro poiché da ben 19 anni non nascono più bambini.

Il tempo passa e ogni anno trascorre inspiegabilmente senza nascite, mentre l'umanità sembra condannata ad una fine inesorabile. La maggior parte della gente ha scelto di abbracciare il separatismo, l'illegalità e il nichilismo; altri invece credono ancora in un pianeta unito e lottano per i diritti delle popolazioni meno fortunate.
La Gran Bretagna è una contea che è riuscita, attraverso una politica di imperialismo militare, a sopravvivere ai crescenti conflitti interni, e a sua volta assiste ad un incredibile afflusso di profughi clandestini che sbarcano sulle sue coste. Ma con mano ferma e totalitaria questi immigrati vengono prontamente rinchiusi nei campi di prigionia e quindi deportati.
Theo, che vanta un passato di impegnato attivista, ha reagito al dolore e alla disperazione di un mondo senza futuro, semplicemente limitandosi a sopravvivere senza più coinvolgimenti. Ad un certo punto Theo viene prelevato da un gruppo di uomini che lo conduce da Julian, la sua ex compagna di vita e di lotta, che ora è a capo di una gruppo di dissidenti che si battono per i diritti dei profughi. Julian ha cercato Theo per chiedergli un favore: procurare i documenti di transito a una giovane donna dell'organizzazione di nome Kee, che deve lasciare il paese senza problemi.

recensioni

Indimenticabile. Questo è il primo aggettivo che viene in mente dopo aver visto 'Children of men' di Cuaròn. Non c'è un dettaglio del film che andrebbe cambiato, non una scena, non le scenografie, non la fotografia.
Nel 2027 l'umanità è decisamente allo sbando. Non nascono bambini da diciotto anni e, in una mattina come tutte le altre, muore Diego, l'ultimo nato, a diciotto anni, 4 mesi 20 giorni 16 ore e 8 minuti. La notizia crea una situazione incredibile. Forse perché ambientata a Londra ricorda molto i giorni seguenti alla morte di Lady Diana quando la gente, in un delirio di massa, piangeva per strada e portava i fiori davanti a Buckingam Palace.

Theo è un uomo senza attese che vive una vita fatta di nulla. Come è arrivato a quel livello di apatia? L'unico momento di svago e di serenità sembra arrivargli dalle visite al suo amico Jasper. Ma Theo una volta era un attivista. Uno di quelli che credevano nell'integrazione e che non accettavano le barricate e le zone franche create per le ondate migratorie. In un'Inghilterra che non solo non accoglie più nessuno ma che crea campi profughi e pattuglie di deportazione ci sono ancora persone che combattono per cambiare le cose. La sua ex compagna Julian è a capo di una di queste organizzazioni.
Si intuisce il motivo del disamore per la vita che ha Theo, quando Julian gli dice che fa fatica a guardarlo perché Lui aveva gli stessi suoi occhi. Non condividevano solo gli ideali ma anche un figlio.
In un mondo dove non esistono più i parchi giochi e dove le urla festanti dei bambini non risuonano da anni, dove tutto è grigio ed esplosioni e combattimenti sono all'ordine del giorno. Dove la violenza la fa da padrona'Non sembra tanto distante dalla situazione che alcuni paesi vivono anche oggi. Non è fantascienza il film di Cuaròn. Forse è anche questo che tanto angoscia ed impressiona durante la visione.
Sicuramente il regista ha raggiunto il suo obiettivo: smuovere un po' le coscienze assopite. Impossibile uscire dal cinema e non avere argomenti di discussione. Una fotografia lucida e spietata di come si mettono le cose quando a cadere sono la speranza, la tolleranza e la compassione.

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lunedì, 13 novembre 2006,novembre 13, 2006 19:34

FLAGS OF OUR FATHERS
E' l'immagine più significativa della Guerra del Pacifico  ' l'attimo immortalato da una macchina fotografica in cui cinque Marines e un Ufficiale Sanitario della Marina americana issano la bandiera americana sul Monte Suribachi, nei giorni della sanguinosa battaglia per il presidio giapponese di Iwo Jima, isola sperduta con spiagge scure e cave di zolfo. Per gli uomini ritratti nella fotografia,  sollevare la bandiera rappresentava solo una formalità, ma per quelli che erano rimasti in patria, quest'immagine significava ritornare a credere al concetto di  eroe. Quell'immagine ha catturato l'immaginazione degli americani che erano avidi di speranza e stanchi di una guerra che sembrava interminabile.  Ha dato alle madri un motivo per credere che i propri figli sarebbero tornati vivi dal fronte, ed un significato a quelle  madri che piangevano i figli che non sarebbero più tornati.

      Sull'onda dei sentimenti suscitati dalla fotografia, i  sopravvissuti fra i sei soldati diventati ormai famosi vengono fatti ritornare negli Stati Uniti per essere messi al servizio della patria, non sul campo di battaglia, ma tra le folle adoranti che volevano essere vicine agli 'eroi' e che firmavano assegni per sostenere la guerra.

Durante la battaglia, sanguinosissima, di Iwo Jima alcuni soldati americani salgono sulla cime di una montagna e vi piantano la bandiera del loro paese. Viene scattata una foto che, una volta in patria, scatena grande clamore tanto che i responsabili dell'esercito vogliono identificare i ragazzi nella foto. Alcuni sono morti e i tre unici sopravvissuti vengono immediatamente rimpatriati e sottoposti ad un'estenuante tournée che serve a  raccogliere fondi per lo sforzo bellico. Solo che quella foto in realtà riprende la seconda bandiera che è stata piantata quel giorno ma questa è una notizia che, una volta partito il magico ingranaggio della pubblicità, non può più essere data.




I tre soldati, considerati degli eroi, vengono in qualche modo stritolati dalla macchina della celebrità a cui non tutti riescono a tenere.
Dopo il capolavoro 'Million dollar baby' doveva essere davvero difficile per Eastwood fare il bis e così questo film, pur mantenendo altissimi i livelli di regia, fotografia e interpretazione, non riesce comunque a coinvolgere totalmente come fece a suo tempo la coppia del pugilato Hillary Swank Clint Eastwood.
Contrariamente a 'Salvate il soldato Ryan', in cui nei primi terribili minuti dello sbarco concentrava gran parte delle scene cruente, in questa pellicola le scene di guerra, realistiche e con una fotografia eccezionale, inframmezzano tutto il film, non permettendo allo spettatore di rilassarsi. I colori freddi, l'aria plumbea, il rumore delle esplosioni e le immagini terrificanti portano lo spettatore dentro lo scontro e non solo ai margini, anche perché se la battaglia che ci racconta 'Flags of our father' appartiene al passato di questi tempi quando si tratta di guerra nessuno può sfuggire al brivido gelido lungo la schiena.
Ben modulato l'attacco ai poteri politici che stritolano la dignità umana e si fanno beffa della realtà utilizzandone solo le parti di loro interesse e pungente il quadro razzista che l'ex ispettore Callaghan fa di un America che da un lato manda qualsiasi giovane al fronte a combattere per la patria salvo poi ricordarsi le sue origini indiane per sbatterlo fuori dai bar.
(Valeria Venturin)

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martedì, 07 novembre 2006,novembre 07, 2006 07:08

IL GIORNO + BELLO

Leo coltiva poche ma imprescindibili certezze riguardo la sua esistenza: ama Nina, Nina lo ama, lui e Nina non si sposeranno mai. Non è mai stato un ribelle, anzi. Però ha sempre creduto di essere padrone della sua vita. E quando Nina improvvisamente gli chiede di sposarla, Leo capisce che il motivo può essere uno solo: dimostrare al mondo intero che un matrimonio diverso è possibile!

Infatti da quel momento Leo si ritrova a percorrere tutte le tappe più tradizionali, dall'inizio alla fine. Nina, risucchiata dalle incombenze, sembra un'altra persona: era ribelle, libera e alternativa e lui l'aveva scelta per quello. Così quando il giorno + bello arriva, nel momento fatidico del discorso dello sposo, Leo ha per la testa tante, troppe cose... 

 
In effetti l'argomento non è tra i più facili, pur essendo fra i più trattati nel cinema mondiale, il problema è riuscire ad affrontarlo in una chiave nuova. Quello che dimostra il film è che, nonostante i tentativi e la volontà di affrontare l'iter matrimoniale in modo alternativo in realtà le nostre tradizioni sono talmente radicate che anche chi vorrebbe fare i passi che portano al 'giorno più bello' in modo differente non ci riesce e viene risucchiato nel gorgo dei ' si fa così'.
Durante la visione ci si chiede perché questi due ragazzi sono così fissati nel voler essere anticonformisti e perché non entrano  mai nel merito delle cose che stanno facendo ma ci passano solo sopra?


Violante Placido, che è sempre bellissima e perfetta sia nella parte dell'alternativa col piercing alla bocca sia in quella della borghesina dal capello liscio e il vestitino in velluto è affiancata da Fabio Troiano che ha una grandissima mimica e ottimi tempi comici anche se in questo film ogni tanto li ha un po' troppo esasperati.


La storia è quella di Nina e Leo che decidono di sposarsi e che, come tutti i loro amici continuano a sottolineare, si vanno ad infilare in un vortice senza scampo. Ma loro sono convinti di riuscire a non perdere di vista l'obiettivo che è quello di amarsi a dispetto delle convinzioni. Cappelli ci disegna il ritratto dell'italietta tanto classica quanto triste, delle coppie farlocche tutte apparenza ma in sostanza ai coltelli, quelli che si sono sposati bene e si sono tanto commossi davanti all'abito a meringa che poi però lobotomizzano i figli davanti alla  tv. Quelli che il matrimonio lo facciamo in chiesa perché i parenti ci tengono tanto. Come se i parenti all'epoca non avessero avuto il loro di matrimonio da organizzare. Insomma la carrellata degli stereotipi a cui tutti, purtroppo, assistiamo quotidianamente.


I protagonisti però, soprattutto Leo, ce la mettono tutta per restare fedeli a loro stessi e alle loro idee, ma poco dopo la dichiarazione di intenti cominciano a vacillare e soccombere alle pressioni esterne alla coppia. O interne? Nina sembra tanto a suo agio in quelle situazioni...
Il film è gradevole, apprezzabile anche dal punto di vista della sceneggiatura, una pellicola, insomma, che si lascia vedere, con bravi attori e una buona regia, la trovata dei titoli inseriti in vari modi nella scenografia è decisamente simpatica. Non appassiona e non stupisce come fece a suo tempo 'Casomai' di D'Alatri , si mantiene sempre su binari immaginabili ma con discreta verve.
La sorpresa arriva sul finale, che grazie anche all'espressività di Troiano, acquista cento e più punti. (Valeria Venturin)

 

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