Colui che piega ai propri
voleri una gioia,
distrugge la vita alata.
Chi le da un rapido bacio
mentre fugge,
viva nell'alba dell'eternità"
Ogni Essere Umano, prima o poi, si troverà a dover prendere una posizione cosciente in merito a quanto si intende con la parola "amore".
La sfera dell’amore è generalmente riferita sia ai rapporti tra i due sessi sia a quelli tra gli individui in generale.
In questo breve trattato sull’amore parto dall’esame delle condizioni per la nascita dell’amore spirituale tra due Esseri Umani.
È indispensabile che, perché possa parlarsi di amore spirituale tra due individui, sia necessario che esso sia basato sulla reciproca conoscenza, cioè sulla comunione di un contenuto ideale da entrambi condiviso.
Il contenuto di idee di una persona è ciò che la caratterizza in senso superiore.
Prima di parlare di amore per un altro è necessario che l’individuo abbia amore per se stesso.
Perché ciò avvenga occorre che si sia contenti di se stessi, cioè che vi sia corrispondenza tra quello che si percepisce di se e quello che si considera un giusto modo di essere, rapportato alla propria condizione personale.
La percezione di se stessi avviene nella sfera dei sentimenti che ci rivelano il nostro sentire in rapporto a quanto ci viene incontro dall’esterno e anche dall’interno.
Il giudizio sui nostri sentimenti nasce dal nostro pensare che li rapporta ai contenuti ideali intuibili dal pensiero.
Se il nostro pensiero è soddisfatto del nostro sentire abbiamo quella che si chiama felicità, viceversa si avrà una disarmonia che ci porrà il problema del suo superamento.
Se un individuo è privo della facoltà di pensare resterà in balia dei propri sentimenti e cercherà di renderli sempre più piacevoli usando i mezzi di cui dispone.
Questa posizione può definirsi egoistica in quanto considera preminenti le istanze dell’ego rispetto a tutto il resto.
Chi si forma una filosofia personale basata sui propri sentimenti diviene un mistico adoratore del proprio ego ed entrerà in conflitto con gli altri ogni qual volta si sentirà limitato in quelle che egli considera legittime istanze.
Percorrendo questa via non si perverrà mai all’amore spirituale per un altro Essere Umano e si crederà di amare quando si vedrà qualcuno capace di favorire il nostro ego.
Chi non ha la capacità di uscire dal mondo dei propri sentimenti per immergersi nell’imparziale mondo del pensiero, non potrà mai amare spiritualmente.
L’amore spirituale vuole che oltre che alla propria si miri alla felicità dell’altro, dal suo punto di vista.
Come si vede non serve incitare gli Esseri Umani ad amarsi l’un l’altro, bensì sarebbe necessario insegnare loro a pensare.
Chi sarà capace di pensare potrà immedesimarsi nella posizione di un altro e decidere di amarlo o meno in base a quanto avrà intuito dell’altro.
Anche in questo caso si potrà decidere di amare per fini personali o per fini più ampi in rapporto al grado dell’evoluzione del propri sé.
Nel primo caso la molla all’amore sarà ancora egoistica.
Come si vede il problema dell’amore investe anche quello culturale, cioè della corretta evoluzione della propria personalità.
Il cammino verso una tale evoluzione costituisce il problema più importante per ciascun Essere Umano e dalla qualità di esso deriverà la possibilità del conseguimento della felicità individuale, più o meno armonica con la Vita.
In uno stadio evolutivo primitivo si considera il piacere, derivante dalla sfera materiale, come il fattore base della propria felicità; ma esistono anche piaceri derivanti dalla sfera ideale ben noti a tutti i creativi, la cui qualità e intensità è di gran lunga superiore a quelli connessi al mantenimento e all'affermazione di sé.
Io potrò amare un altro in quanto lo ritenga capace di procurarmi piacere nella sfera materiale e sentimentale oppure per ragioni ideali facenti parte di un contesto più ampio di valori.
Questi due tipi di amore sono legittimi a condizione che non violino le leggi della Vita e quindi si condannino aprioristicamente all’insuccesso e quindi all’infelicità.
Ogni sentimento di amore ha alla base la rappresentazione di una felicità, sia essa propria (egoismo) o altrui (altruismo).
Chi non ha mai amato non sa cosa sia la felicità e chi ha gustato la felicità dell’amore vorrà mantenerla e rinnovarla continuamente, a livelli sempre superiori.
Chi crede di aver trovato la felicità nell’amore sessuale tenterà sempre più ad incrementarla pervenendo all’acquisizione di un vizio in tale campo giacché non potrà più farne a meno e la sua vita sarà una continua ricerca del piacere che si connette all’attività sessuale.
Analogamente chi avrà gustato i piaceri connessi alla contemplazione della bellezza delle idee si attiverà per conseguirne di sempre più elevate.
La differenza tra i due tipi di ricerca consiste nel fatto che il primo è dipendente da fattori esterni e quindi limitativo della propria libertà, mentre il secondo dipende dal perfezionamento degli strumenti della personalità e quindi rientrante nel potere del singolo e di conseguenza compatibile con la propria libertà.
È evidente che prima o poi l’Essere Umano si orienterà verso il secondo tipo di felicità sia per il suo grado più elevato, sia perché non condizionato da fattori esterni e quindi libero.
L’amore della libertà è l’amore più grande realizzabile dall’Essere Umano in quanto contenente in sé potenzialmente ogni altra forma di amore e passibile di continuo sviluppo.
Chi si sente libero è contemporaneamente felice e cercherà di accrescere tale propria condizione in un percorso ascendente in cui i condizionamenti esterni diverranno sempre più irrilevanti e la sfera personale conterrà tutto l’occorrente per una felice esperienza di vita.
Chi non si impegnerà nella battaglia per la propria liberazione si condanna alla infelicità che deriva dalla sottomissione della persona a fattori esterni ad essa e quindi negativi ai fini della felicità individuale.
Se si condivide tale visione ci si attiverà per la ricerca dei mezzi per attuare un tale percorso rivolgendosi ai Maestri che da sempre indicano tali mezzi e sperimentando poi personalmente la validità di tali indicazioni.
Il vero Maestro risiede in ciascuno di noi e la forza necessaria lungo il cammino ci viene fornita dalla generosità della Vita come possiamo sperimentare tutti constatando che, malgrado i nostri innumerevoli errori, ciononostante siamo sempre in condizione di riprendere il cammino con rinnovate forze, sempre fresche.
Se si interpreta il dolore come la mancanza di un precedente stato di gioia si capirà che l’unica via di salvezza da tale stato consiste nello studio dei fattori reali della vita per pervenire a quella condizione in cui la nostra felicità dipenderà solo da noi e non sarà più in balia di fattori esterni.
Quando si sia pervenuti alla conoscenza della libera felicità si rinuncerà volentieri a quelle cose che siano di limitazione di essa.
Si capirà allora che la Verità è la fonte di ogni felicità e si vedrà nella Bellezza la sua messaggera che ci fornisce, a livello percettivo, quello che poi si andrà a gustare a livello autocosciente.
Quanto alla Bontà va detto che essa non potrà discendere da una condizione di dolore ma scaturirà naturalmente da uno stadio di felicità vissuto nella Verità.
Tutto ciò che favorisce il cammino degli Esseri Umani nella ricerca della felicità nella Libertà è da considerare positivo e l’Antropocrazia va vista in tale ottica.
